Cerchiamo di non confonderci tra missaggio live e missaggio in studio
di Francesco Lo Cascio

Uno degli equivoci in cui è facile cadere è quello di pensare che una certa esperienza in un ambito, ci garantisca automaticamente il successo in un altro “simile”. Così un pianista classico può essere portato a credere che suonare l’hammond o il wurlitzer non sia così impegnativo, salvo poi scoprire che l’assenza del pedale destro rende difficoltoso legare i suoni, e che le tastiere di questi strumenti reagiscono al tocco in modo completamente diverso.
Nel caso del missaggio live e del missaggio in studio la questione è ancora più delicata perché sono proprio le finalità a essere differenti. Un fonico live che cercasse di approcciare un mix in studio con lo stesso mindset di un concerto otterrebbe, nel migliore dei casi, un mix mediocre, poco emozionante e in definitiva “morto”.
Nel caso del missaggio live e del missaggio in studio la questione è ancora più delicata perché sono proprio le finalità a essere differenti. Un fonico live che cercasse di approcciare un mix in studio con lo stesso mindset di un concerto otterrebbe, nel migliore dei casi, un mix mediocre, poco emozionante e in definitiva “morto”.
Ma in sostanza, in cosa differiscono i due mestieri? A mio parere un punto significativo è il fatto che sebbene entrambe le tipologie di fonici si trovino a trattare “suoni”, è la natura stessa di quei suoni a essere diversa. Semplificando enormemente, si potrebbe dire che un fonico di sala ha il compito di “fare i suoni” in modo che essi siano gratificanti per gli ascoltatori e intellegibili per i musicisti sul palco. Saranno poi gli stessi musicisti a creare la dimensione artistica, attraverso le loro performance, individualmente e collettivamente. Il fonico di studio, invece, ha i suoni già “fatti” ma, con l’eccezione di casi ormai sempre più rari, e quasi sempre riguardanti la musica jazz, si tratta di registrazioni isolate, distanziate fra loro nel tempo e magari effettuate in posti completamente diversi. Quello che manca, insomma, è l’interazione umana, il dialogo fra le parti, in poche parole la musica.
È evidente quindi che uno dei compiti più importanti – se non il più importante – di un fonico di studio sia quello di far interagire fra loro le diverse tracce audio cercando, per quanto possibile, di ricreare l’idea di un live, o per lo meno d’un interplay. Esistono diversi modi per ottenere questo risultato, che vanno dalla creazione di un palcoscenico virtuale, grazie al posizionamento nel panorama stereo dei vari elementi, alla scelta di riverberi di diversa profondità per le varie sezioni musicali, fino all’utilizzo di compressioni su gruppi di strumenti. Ma il più utile (e spesso più sottovalutato) è… l’immaginazione.
Quando missate fatevi sempre domande del tipo “Come reagirebbe il bassista al fill del batterista? Quali sarebbero le dinamiche del pianista se si trovasse a suonare assieme al cantante? Che relazione si creerebbe fra le chitarre ritmiche e quella solista?”. Molto spesso piccole (o grandi!) automazioni sui fader restituiscono un risultato autentico e vivo più di mille equalizzazioni e compressioni.
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