Senza immagine acustica che performance è?!
Da qualche anno, trovandomi spesso dalla parte di chi insegna, ho notato come spesso è difficoltoso comunicare agli studenti alcuni aspetti fondamentali del momento musicale che a loro sembrano lontani da una pre-acquisita visione della musica (stereotipata e depauperata dai luoghi comuni) come tecnica musicale tout court.
In questo spazio vorrei sottolineare un aspetto talvolta bistrattato in ambito didattico, ma che ritengo che sia uno dei passaggi obbligati dell’arte di fare musica: apprendere a costruire delle immagini acustiche il più possibile chiare e nitide che abbiano la funzione di guida nell’esecuzione, nella composizione, nell’improvvisazione. Questo per me è un passaggio obbligato per il professionista: la connessione con la corporeità attraverso degli esercizi specifici sull’intonazione di scale, arpeggi, frasi musicali, linee di basso. Non voglio essere frainteso quando parlo di intonazione: non c’è bisogno di fare degli esercizi “da cantante”, nè tantomeno sgolarsi cercando di beccare note particolarmente estreme dentro il proprio registro vocale. Per fare un piccolo esempio, durante le mie lezioni pianistiche consiglio di “seguire” con la voce alternativamente una delle due mani impegnate sulla tastiera, facendo vibrare il corpo insieme alle pliche vocali ed allo strumento.
In altri modi e con altre modalità questi studi sono detti anche “ear training”, ma spesso questa dicitura confonde molti e “l’orecchio” diventa un gioco sterile di riconoscimento di note, frasi, accordi, senza nessuna connessione con la realtà empirica della performance. Mettere in primissimo piano questa immagine sonora, che arrivi prima o comunque insieme all’esecuzione, non è una pretesa sterile da didatta o un vezzo da accademico: osservando i grandi performers all’opera possiamo notare la loro attitudine a “cantare” ciò che suonano.
Devo mettere in guardia tutti coloro che in qualsiasi professione applicano tecniche che non abbiano dietro una teoria. Riferendomi alla teoria in musica, non voglio offendere la cultura e la sensibilità di chi legge, citando trattati di ritmica e di armonia, ma accennare all’esistenza di una teoria psico-fisica sulla perfomance musicale. Il musicista che aspiri a diventare un professionista non può fare a meno di costruire le esatte connessioni fra la mente ed il corpo, andando a lavorare sull’immagine acustica del materiale musicale che andrà ad eseguire.
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