Suonare a 200 di metronomo

Consigli per finalizzare lo studio al raggiungimento di obiettivi davvero utili.
di Massimo Moriconi.

Il problema più grande dopo aver appreso una informazione tecnico armonica è quello di riuscire ad applicarla in un brano.

Spesso chi intraprende un percorso di studi prolungato pensa che gli anni servano perché vengono introdotte sempre nuove informazioni, molti si chiedono: “chissà quali scale strane e misteriose si studieranno nei prossimi anni?” ma in realtà gli elementi sono sempre gli stessi cambia sostanzialmente il modo di usarli.

Per capire questo bisogna pensare che quando si fa il bassista di lavoro la difficoltà che più comunemente si incontra non è quella di eseguire brani iper-tecnici o super complicati quanto piuttosto quella di riuscire ad essere costanti e fantasiosi per tutta la durata del brano che si sta suonando. Quindi uno studio che prende sempre più spazio nel corso degli anni è proprio quello dedicato a suonare in modi diversi lo stesso brano.

Se suonate abitualmente un blues a 120 di metronomo provate a metterlo a 60 e dopo a 200. Sentirete che anche i pensieri vanno a velocità diverse, la scelta delle note cambia se suonate a 60 o a 200. Quando fate un fill non usate sempre la stessa intenzione, provate a fare un fill melodico con qualche nota lunga, provate a fare un fill ritmico usando poche note ma combinandole ritmicamente, provate ad usare un glissato, un bicordo, usate le dinamiche… Gli ingredienti sono sempre gli stessi: la nota, la sua durata, le combinazioni ritmiche e le dinamiche (accenti e volumi).

Sviluppare la propria parte creativa è ancora più difficile della semplice esecuzione perché si deve partire da una propria idea o da una idea del nostro interlocutore musicale, comunque sempre da una idea e le idee nascono dal proprio talento e dalla propria sensibilità, quindi da elementi molto soggettivi.

Uno dei compiti dell’insegnante è proprio aiutare l’allievo a indagare dentro se stesso. Il miglior modo per capire l’utilità di tutto questo è ritrovarsi a dover suonare un brano che non si conosce in studio di registrazione. In quel caso bisognerà riuscire ad entrare nella musica che si sta per suonare come stile, come suono, come funzionalità (il basso con la batteria danno la pulsazione e sono a servizio della melodia, è una questione di ruoli, come nel calcio) poi se si riesce a mettere la propria firma tanto meglio.

Quando si suona una cover si copia l’idea del bassista del disco: essere in grado di riprodurla non vuol dire che in futuro saremo necessariamente in grado di crearne una altrettanto bella e funzionale!

Forse questo è uno degli altri grossi problemi dello studio: il riprodurre spesso fa credere a chi riproduce di essere bravo come il bassista che sta suonando nel cd ma spesso una registrazione può farci capire che ci stiamo sbagliando a questo proposito.

Le prime volte che faccio registrare gli allievi su basi reali prese da lavori fatti, quando riascoltiamo la traccia di basso in “solo” vengono fuori problemi che sembravano superati relativi a timing, intensità di suono, intonazione e attinenza stilistica.

Credo che il registrarsi ed il riascoltarsi aiuti molto a capire il nostro stato di salute musicale e a capire quali sono gli aspetti dello studio sui quali occorre realmente concentrarsi se si vuole diventare un musicista di professione.

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