Hey, Fonic! Please alz me the volium.

Considerazioni e suggerimenti di una musicista bilingue (per sfruttare ogni occasione in cui conoscere l’Inglese fa la differenza)
di Sara Jane Ceccarelli.

Spesso mi chiedono se essere bilingue inglese dalla nascita sia stato per me un vantaggio. Se nasci da una mamma canadese, all’inizio non te ne rendi conto e il tuo cervello di infante si setta subito sul bilinguismo: a tua madre devi parlare in inglese, a tuo padre in italiano. Da adolescente vorresti morire, pensi solo “perchè mia madre parla un’altra lingua e non quella che parlano tutti???” e ti vergogni di fronte ai tuoi amichetti, e lei ti parla in inglese e tu continui a risponderle in italiano. A vent’anni cominci a capire che l’inglese ti salverà la vita, e improvvisamente cominci a vederti film in lingua, ad attaccare bottone con tutti gli stranieri che incontri in giro, e a tirarti giù i testi delle canzoni senza l’aiuto di internet. Se non nasci da una madre canadese, ti devi dare da fare, perchè questo Paese non è ancora pronto al bilinguismo, come lo sono ormai da decenni i Paesi del nord Europa, dove magari non sanno scrivere “couldn’t” (parlo per esperienza) ma sanno parlare fluentemente e leggere romanzi alla stessa velocità con cui leggerebbero nella loro lingua. Si dice sempre che in Italia la “colpa è dei film doppiati”. In parte è vero: in molti paesi del mondo i film in inglese non vengono tradotti, ma semplicemente sottotitolati. Ma non è una buona giustificazione: si può, anzi si deve, colmare il gap. Perché l’inglese, soprattutto nel lavoro, serve. E parecchio.

Come cantante e insegnante (di canto, di musica, e d’inglese), sono stata contattata innumerevoli volte solo per il fatto di essere bilingue, e per avere una pronuncia madrelingua: registrazioni a studio, ruoli canori dove era richiesta una madrelingua, registrazioni di jingle radiofonici, traduzioni, insegnamento presso istituti che richiedevano la lingua inglese. Nonchè ovviamente la capacità di poter cantare e scrivere testi in inglese con “padronanza” (il risultato poi è un’altra questione 😉 ). Ovviamente contano le capacità, ma a parità di capacità l’inglese crea quel “plus” che può allargare il portone di fronte a voi. Oltre a specifiche situazioni lavorative, dove può fare la differenza, c’è anche dell’altro. Nel campo musicale, c’è la possibilità di poter dialogare con musicisti stranieri quando chi è intorno a te riesce a interloquire solo per alcuni secondi, e da cosa nasce cosa si finisce a cena magari con la band del cuore solo per averli aiutati a interagire con un fonico che non conosceva la lingua. O mi viene in mente quella volta in cui, senza volerlo, mi sono ritrovata a tradurre una masterclass perchè in aula metà dei presenti non capiva una parola: e mi son fatta amica un big del jazz. O quando all’Orchestra di Piazza Vittorio serviva una madrelingua nel ruolo di Pamina per alcune repliche del loro Flauto magico di Mozart…Un po’ di fortuna, mista all’insistere più volte che “parlo perfettamente inglese”.

Siate curiosi, mettetevi alla prova con ogni straniero che incontrate, se vi è possibile sfruttate i programmi Erasmus (e simili) e vivete all’estero per un periodo: la regola è bannare qualsiasi italiano vi giri intorno. Guardate i film in lingua sapendo che ne capirete la metà ma il vostro cervello comincerà comunque a recepire.

Mia nonna emigrò in Canada negli anni ’50. Aveva la quinta elementare. Ha imparato l’inglese per sopravvivenza, e si è sforzata continuamente di leggere. Leggere. Leggere.

Perche’ non conoscere una lingua rendeva (e rende) incapaci di comunicare, anche cose importanti.

E poteva impedire di accedere a lavori più interessanti e meglio remunerati.

Ecco, noi abbiamo la fortuna di non dover imparare l’inglese in condizioni estreme, possiamo farlo liberamente.

Fatelo.

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